บทนำ · ไตรสรณคมน์

I fondamenti

Il rifugio nei Tre Gioielli, le Quattro Nobili Verità, la forma e la mente, e i cinque aggregati.

Namo tassa bhagavato arahato sammāsambuddhassa · Buddhaṃ saraṇaṃ gacchāmi · dhammaṃ saraṇaṃ gacchāmi · saṅghaṃ saraṇaṃ gacchāmi.

Mi prostro in omaggio al Buddha perfetto e pienamente risvegliato, al Dharma e al Sangha, sublime rifugio e sostegno. Io, Kruba Noi Yanwichai, chiedo con rispetto il permesso al Triplice Gioiello e a tutti i miei maestri, e metto per iscritto questi appunti come dono del Dharma, per chi, animato da fede, cerca la verità: perché la mente sia condotta fuori dalla sofferenza nel ciclo del Samsara e giunga al Nirvana, la fine di ogni sofferenza.

Il Rifugio nei Tre Gioielli

Noi che seguiamo il Buddha siamo persone di merito, benedette dall’occasione più preziosa: essere nati uomini, aver incontrato l’insegnamento del Buddha e avere un cuore colmo di fede. Il Buddha, il Dharma e il Sangha — i Tre Gioielli — sono il nostro rifugio e sostegno, àncora del cuore e richiamo alla consapevolezza, perché non ci smarriamo sui molti sentieri del male. Sono la forza che spinge il cuore a comportarsi da persona retta, dotata di virtù, concentrazione e saggezza, e a portarsi oltre la sofferenza.

Il Buddha si è risvegliato da sé e poi, per grande compassione, ha insegnato agli altri perché anch’essi giungessero a conoscere. Il vero Dharma mantiene nella felicità chi lo pratica: ci protegge, però, solo quando siamo noi a custodirlo; se non lo custodiamo, non sfuggiremo al declino dell’animo. Prendiamolo dunque come lampada che rischiara il cammino della nostra vita. E il Sangha sono i discepoli del Buddha, coloro che tramandano il Dharma e ci richiamano a distinguere il bene dal male. Così prendiamo tutti e tre come rifugio: il Buddha come guida della vita, il Dharma come mappa per il viaggio, il Sangha come il consigliere che indica il modo giusto di procedere.

I tre non si possono separare: se abbiamo uno di essi, li abbiamo tutti; se ne manca uno, mancano tutti. Sono legati insieme come tre bastoni appoggiati l’uno all’altro, che stanno in piedi solo sostenendosi a vicenda: togline uno, e gli altri due cadono con esso. «Buddha» vuol dire sereno, luminoso, terso e puro: quando abbiamo questa natura nel cuore, vi abbiamo anche il Dharma, perché quella serenità limpida è proprio la qualità del Dharma; e vi è compreso pure il Sangha, perché ogni volta che pratichiamo il Dharma, quella pratica stessa è il Sangha. Se osserviamo i precetti, quell’osservanza è come avere in noi il Sangha; il precetto che pratichiamo è il Dharma; e la pace che ne nasce è il Buddha stesso. Ma dove non c’è pratica, non c’è Sangha, né Dharma, né Buddha — e l’animo di chi non li ha nel cuore facilmente decade.

Perciò chi custodisce i Tre Gioielli non cade negli «stati di pena»: così si chiama l’animo che cade sotto il potere di tutto ciò che è male — avidità, ira, illusione, invidia, avversione, ogni cattivo pensiero — che lo rendono cupo, agitato e senza gioia. Chi pratica il Dharma rammenti dunque le virtù del Triplice Gioiello e tenga la mente saldamente stabilita: questo raggiungere il Triplice Gioiello è già l’inizio del sentiero verso il Nirvana.

Le Quattro Nobili Verità

Scrivo ora della verità a cui il Buddha si è risvegliato: prime fra tutte, le Quattro Nobili Verità. Possiate voi che cercate la verità e il Nirvana inclinare il cuore verso il Dharma e attirarlo in voi, risoluti a studiare e a praticare per la liberazione dalla sofferenza.

La prima Nobile Verità è la sofferenza. Il Buddha ci ha insegnato a comprenderla appieno, perché la sofferenza è la verità, la realtà del mondo: in questo mondo solo la sofferenza sorge, solo la sofferenza permane, solo la sofferenza cessa; all’infuori di essa, nulla sorge e nulla cessa. Chi non lo comprende crederà che parlare di sofferenza sia guardare il mondo con occhio cupo; in realtà è vederlo alla luce della verità — così com’è, non come vorremmo che fosse. Se lo guardiamo in modo troppo cupo, ci stanchiamo di tutto; se troppo favorevole, ce ne infatuiamo e ci aggrappiamo, dimenticando ciò che è reale; e quando le vicissitudini del mondo ci colpiscono, non sappiamo piegare il cuore ad accettarle, e nasce grande sofferenza.

La sofferenza è reale; la felicità non lo è. Ciò che chiamiamo «felicità» non è che sofferenza diminuita. È come nella scienza che studiamo a scuola: in questo mondo il calore è reale, il freddo no — ciò che chiamiamo freddo è solo calore diminuito, molto o poco, ma il calore è sempre lì. Così la sofferenza: se diminuisce molto la chiamiamo grande felicità, se poco lieve felicità, ma essa resta, in misura maggiore o minore, e alla fine ritorna. È come stare seduti a lungo finché le gambe non dolgono: cambiamo posizione, il dolore si allenta, e chiamiamo felicità quel sollievo — ma la sofferenza è solo attenuata per un momento, in attesa di tornare. Vedere le cose come realmente sono è vedere con saggezza; e via via che cresce la nostra comprensione della verità, la sofferenza diminuisce passo dopo passo.

La seconda Verità è l’origine della sofferenza. Se la sofferenza è l’effetto, la sua causa è la sete: il desiderio oltre la misura, il volere che trasgredisce ogni giusto limite. La sete si divide in tre: la sete di piacere, il desiderio di avere — finché non abbiamo soffriamo per ottenere, ottenuto soffriamo per conservare, perduto soffriamo per la perdita; la sete di essere, il desiderio di diventare — e una volta divenuti, soffriamo per i pesi della posizione; e la sete di non essere, il rifiuto di ciò che non vogliamo, che pure ci opprime e ci tormenta. Quanto più desideriamo, tanto più soffriamo; desiderando poco, soffriamo poco; senza desiderio, non c’è sofferenza.

La terza Verità è la cessazione: una volta conosciuta la causa, otteniamo la saggezza per farla cessare. E la quarta è il sentiero, la via di pratica che libera dalla sofferenza: il Nobile Ottuplice Sentiero — retta visione, retta intenzione, retta parola, retta azione, retto sostentamento, retto sforzo, retta consapevolezza, retta concentrazione. Questi otto fattori, raccolti insieme, si riducono a virtù, concentrazione e saggezza: retta visione e intenzione sono saggezza; parola, azione, sostentamento e sforzo retti sono virtù; retta consapevolezza e concentrazione sono concentrazione. È questa la via che conduce alla fine di ogni sofferenza e al Nirvana.

La forma e la mente

Scrivo ora della forma e della mente. Questo nostro essere si compone di due parti: la forma, cioè il corpo, e la mente, cioè l’animo. La forma è tutto il corpo, dai capelli ai piedi, composto dei quattro elementi — terra, ciò che è solido; acqua, i liquidi; fuoco, il calore; vento, i gas e il respiro. Sorge perché i quattro elementi la plasmano, permane finché la sostengono, e cessa quando si separano: allora il respiro finisce, il calore si spegne, i liquidi defluiscono, e resta solo la terra, che ritorna alla natura. La forma muta di continuo secondo le condizioni, e alla fine si disgrega: questa è l’impermanenza — tutto ciò che muta è impermanente.

La mente, invece, è ciò che i sensi non toccano ma l’animo conosce, e comprende quattro cose: la sensazione, la percezione, le formazioni mentali e la coscienza. La sensazione è il sentire: dolore, piacere, o un tono neutro. Essa sorge dall’incontro dei sensi con i loro oggetti. Abbiamo occhio, orecchio, naso, lingua, corpo e mente — le sei basi sensoriali interne, come una presa elettrica; e forma, suono, odore, sapore, tatto e oggetti mentali sono le basi esterne, come la spina. Quando la spina entra nella presa — l’occhio incontra una forma — sorge la coscienza visiva; e i tre insieme si chiamano contatto. Dal contatto nasce la sensazione; dalla sensazione la sete, desiderio o avversione; dalla sete l’attaccamento, l’ossessione che rimugina e costruisce immagini nella mente; e se l’attaccamento non è placato dal Dharma, ne segue l’azione, il Karma di corpo e di parola. Questo plasmarsi è velocissimo: chi cerca il Dharma sia dunque consapevole, e tenga a freno i sensi, così che la sensazione non cresca in sete e attaccamento.

La percezione è il riconoscere e contrassegnare le cose — in breve, la memoria: ricordare che una persona si chiama così, che una cosa ha un certo nome. Le formazioni mentali sono invece tutto ciò che sorge nella mente e la plasma. Prendi un panno: era bianco per natura, poi fu tinto di rosso. Il panno bianco è la mente originaria e autentica dell’uomo, pura; la tintura rossa sono le formazioni che vengono a mutarla. In verità la mente d’origine è pura, ma diventa impura perché cose esterne vi entrano — per occhio, orecchio, naso, lingua, tatto — e la lavorano in amore e odio, avidità, ira, illusione, invidia, orgoglio, secondo le condizioni. La coscienza, infine, è il puro conoscere, e prende nome dai sensi: coscienza visiva, uditiva, olfattiva, gustativa, corporea e mentale. Finché è integra, la cognizione presso quel senso funziona; se cessa — come nel cieco o nel sordo, che pure hanno occhi e orecchie — la cognizione in quella parte non opera più.

I cinque aggregati

Scrivo ora dei cinque aggregati. Questo nostro «sé» è fatto di cinque parti: l’aggregato della forma, quello della sensazione, della percezione, delle formazioni mentali e della coscienza — tutti impermanenti e privi di sé, che sorgono, permangono un istante e cessano, in perenne mutamento. Aggrapparsi ad essi è causa di sofferenza, perché sono privi di sé. Consideralo nella meditazione, così da allentare l’attaccamento all’«io» finché la mente non si aggrappi più a nulla e diventi pura.

Chi cerca il Dharma sia dunque sempre consapevole di sé, con la saggezza di esaminare ciò che sorge in lui. Prima, esaminarsi così da vedere che questo «sé» è fatto dei cinque aggregati. Poi, riconoscere ciò che sorge nella mente — avidità, ira, illusione, gioia e sofferenza. Poi, vedere da quale causa è sorto. E infine, conoscere come porvi rimedio e farlo cessare, così da non restare legati e incatenati alla sofferenza. Nello sviluppare la visione profonda, si volga la mente al corpo e si veda chiaramente che, in verità, un «sé» non esiste: vi sono solo elementi e aggregati riuniti per un poco, che le formazioni fanno scorrere, e che quando si separano si disgregano e cessano, com’è loro natura. Prendi costantemente questo come oggetto di meditazione — esamina con saggezza, rammenta con consapevolezza — finché la mente lasci andare il sé, vedendo ogni cosa come vuota, senza alcun «io» e nulla di «mio», nulla a cui aggrapparsi, finché non sia libera dall’ignoranza e dalle contaminazioni, e raggiunga il Nirvana.