Il Nirvana è il fine e il principio supremo nell’insegnamento del Buddha. Egli si è risvegliato alle Nobili Verità, le realtà presenti in questo mondo: la sofferenza, la causa che la origina, e la via che ne libera. Tutte le cose stanno sotto la legge delle tre caratteristiche: l’impermanenza, lo stato di ciò che non dura; la sofferenza, insita in tutto ciò che è impermanente; e il non-sé, per cui nulla può essere comandato ad andare secondo la nostra volontà. Ogni cosa sorge, permane un istante e infine si dissolve.
Scoperta la verità, il Buddha per grande compassione volle che tutti gli esseri capaci di intenderla giungessero a conoscerla, così da raggiungere con la pratica la fine della sofferenza nel Samsara — che non ha inizio né fine discernibili — ed entrare nel Nirvana. Il suo insegnamento è fatto di consapevolezza, saggezza e ragione: non chiede credulità cieca, né insegna ciò che è oltre la portata del pensiero. Tutto ciò che non serve alla fine della sofferenza, il Buddha non l’ha insegnato. Ci ha insegnato a ridurre e a deporre l’avidità, l’ira, l’illusione, l’orgoglio e le vedute errate: quanto più queste impurità si assottigliano nel cuore, tanta più pace vi sorge.
La verità in ogni cosa
Ogni forma e mente in questo mondo è un testimone che proclama la verità: perfino una foglia che cade è essa stessa la verità. La verità è la legge fissa della natura, e il Buddha l’ha insegnata proprio dalla natura. Tutte le cose — coscienti e non, viventi e non — sono parte del mondo, e noi stessi siamo natura. In ogni istante ogni cosa proclama che tutto è impermanente e incerto, che ha in sé la sofferenza, che nulla si lascia comandare ma scorre e muta secondo le condizioni, e che tutto è vuoto. Eppure non lo vediamo, velati come siamo dall’ignoranza: la verità ci sta davanti a ogni respiro, ma ci manca la saggezza, l’occhio del Dharma, per comprenderla. Guardate dunque a ogni cosa, e ascoltatene la voce, come un Dharma che ci insegna — dentro di noi e fuori di noi: non c’è nulla che non sia la verità.
Addestrate la mente a essere pura equanimità, e raggiungete lo stato della mente originaria e autentica — vacua, quieta, pura: questa è la mente del Nirvana. Nati nel mondo e viventi nel mondo, eppure non legati al mondo; usando le convenzioni senza esservi attaccati; lasciando andare insieme la sofferenza e la felicità. Guardate il mondo con l’occhio interiore, l’occhio del Dharma: allora tutto ciò che sorge appare come ordinario, come natura. Le condizioni del mondo — felicità e sofferenza, biasimo e lode, guadagno e perdita — sono sorte per tutti, prima di noi e dopo di noi, e come sorgono così cessano, ruotando senza fine. Chi ne vede la verità la attira nella mente e la contempla come visione profonda, finché non sorga la saggezza che vede chiaro nelle tre caratteristiche.
La sofferenza è la verità presente in ogni forma e mente; la felicità, invece, non è reale — è solo uno stato in cui la sofferenza è per un poco diminuita. Se non ci laviamo, il corpo si fa sgradevole: è sofferenza, che sorge da sé; quando poi ci laviamo e ci sentiamo bene, quel sollievo non è che sofferenza attenuata, in attesa di tornare, perché col tempo il corpo torna a sporcarsi. Vedere la sofferenza è vedere la verità. E guardate ogni cosa come non-sé: senza un essere, una persona, un «io» o un «tu» — solo forma e mente che le formazioni plasmano per un poco. Non afferrate la forma come «io», né la mente come «mia»; ponete la mente in equanimità, lasciando andare ogni illusione, e innalzatela sopra la felicità, sopra la sofferenza, sopra il mondo: vedendo il mondo senza ruotare con esso, liberi dall’ignoranza e dalle contaminazioni, fino al Nirvana.
La similitudine del tronco alla deriva
Il Supremo Maestro insegnò con una similitudine, paragonando la pratica del sentiero verso il Nirvana a un tronco che va alla deriva lungo la corrente di un fiume. Ogni fiume, di regola, scende verso il grande oceano; e un tronco portato dalla corrente vi giungerà di certo, purché non resti impigliato lungo il cammino. Così è per voi che praticate, intenti al Nirvana: giungerete alla meta se non vi impiglierete come il tronco può impigliarsi —
- sulla sponda interna: perdersi nei sei sensi interni — occhio, orecchio, naso, lingua, corpo e mente;
- sulla sponda esterna: infatuarsi dei loro oggetti — forma, suono, odore, sapore, tatto e oggetti mentali;
- arenandosi sulla terraferma: aggrapparsi al proprio «sé» come a qualcosa d’importante;
- trascinati via dagli uomini: perdersi nelle folle e nei piaceri del mondo;
- afferrati dai non-uomini: praticare il Dharma solo per ottenere poteri, o per rinascere come una divinità;
- risucchiati dal gorgo: restare presi nei cinque fili della sensualità;
- marcendo da sé: vivere senza virtù, con mente impura e vedute distorte, fino ad abbandonare la pratica e perderne la fede.
Chi pratica il Dharma senza restare impigliato in queste cose, ma seguendo la via che il Buddha ha insegnato, raggiungerà di certo il Nirvana.
